martedì 13 dicembre 2011

Moby -Dick – Herman Melville

Penso che il titolo possa essere sufficiente per saltare le presentazioni! Moby Dick non è solo un romanzo è anche un personaggio del nostro immaginario, un’icona dell’universo marino che ci avvolge, ricoprendo il ruolo che ha conquistato in più di un secolo di vita, da quando Melville con quest’opera ha dato vita a questa figura totale.
Moby Dick non è solo una balena, è l’ignoto, la paura, la lotta dell’uomo contro la natura, il bene e il male, e l’eterno equilibrio che li avvicenda, ma soprattutto una splendida occasione per proporre un fantastico romanzo sull’animo umano.
“Chiamatemi Ismaele” … Comincia così, con un imperativo, un ordine che rende ancora più incisivo il ruolo del protagonista, come a voler fissare il suo nome perché al posto di quello potrebbe essercene qualunque altro.
Questa è la storia di Ismaele, giovane avventuriero americano che decide di imbarcarsi su una nave baleniera negli Stati Uniti del XIX secolo, quando ancora le spedizioni duravano anni e la zona di caccia era il mondo intero. La nave è il Pequod e fin dal primo incontro l’autore la offre con un ritratto sinistro (ossa di balena esposti come trofei di caccia), che non nasconda l’aspetto più spaventoso: l’anima perversa del suo comandante, il Capitano Acab.
Acab si svela al protagonista, che è anche la voce narrante, solo dopo la partenza per un viaggio che porterà l’equipaggio intorno al mondo, svelando poco per volta la propria natura e il vero scopo del viaggio: non la cattura delle balene per il prezioso olio, ma la folle e scellerata caccia di Moby Dick. Il vero protagonista è quindi il capodoglio albino responsabile di aver strappato una gamba al Capitano Acab durante una battuta di caccia finita con l’affondamento della lancia.
Moby Dick viene presentato come un essere malvagio, sfuggito all’inferno, il cui unico obiettivo è la caccia degli uomini con spietata e intelligente freddezza.
Melville parte da quest’intreccio semplice per offrire uno splendido ritratto dell’animo umano intorno a personaggi meravigliosi descritti con magistrale e indimenticabile abilità: dopo aver letto questo romanzo sarà difficile dimenticare Acab, Queequeg, Starbuck, Stub e tanti altri. Il ritmo alterna momenti di grande lentezza intorno a digressioni scientifiche, naturalistiche, e filosofiche a momenti concitati e velocissimi in grado di far trattenere il fiato per l’azione o per l’angoscia trasmesse: indimenticabile il passo dell’incontro del Pequod con una baleniera alla disperata ricerca di alcuni suoi naufraghi (tra cui il figlio del comandante stesso), affondati con la propria lancia proprio da Moby Dick.
Altro protagonista indiscusso dell’opera è il mare, con la sua immensità in grado di stuzzicare poeti, ma anche di portare alla follia naviganti in balia degli elementi. Molto espressivo questo passo:

E quello stesso giorno, ancora, Starbuck, guardandolo dal fianco della sua lancia, nelle profondità di quel mare dorato, mormorò sottovoce <<Bellezza in scandagliabile, quale mai un amante vide negli occhi della giovane sposa! Non parlarmi dei tuoi squali con i denti in fila e dei tuoi modi cannibaleschi da rapitore di fanciulli Che la fede si sostituisca ai fatti e la fantasia alla memoria; io guardo nell’abisso profondo, e credo.>>.

Ritengo che “Moby Dick” sia una lettura fondamentale, della quale nessuno possa privarsi: pertanto ne consiglio la lettura a tutti, precisando che non si tratta di un libro da Autogrill, e che quindi, per essere apprezzato, necessita di grande attenzione ed entusiasmo.
Se fosse una canzone "The Storm" dei Savatage.

mercoledì 30 novembre 2011

Vicolo Cannery – John Steinbeck

Questo romanzo è una delle opere minori di Steinbeck, ma è certamente un altro ritratto che ci viene offerto di quel mondo di non eroi ampiamente trattato dall’autore in altre sue opere. L’impressione infatti, è che si tratti di una naturale continuazione di Pian della Tortilla. Anche se i personaggi non sono gli stessi, l’ambientazione è la medesima e questo romanzo offre un altro ritratto della Monterey degli anni ’30 che nessuno vedrà mai in foto o documenti storici: anche questa volta la storia si svolge nella parte più povera della città, e il titolo del romanzo è il nome della strada che ospita il centro della narrazione.
Il Vicolo Cannery è una stradina sulla quale si affacciano degrado e povertà, e anche il centro della vita di persone ai margini, le quali con dignità e orgoglio ostentano un’esistenza fatta di sacrifici, contraddizioni, ma anche amore verso la vita.
La narrazione è un ritratto di questa dimensione, e presenta personaggi stupendi raccontati con episodi del loro passato, anche banali, ma indispensabili a conoscere gli attori che animeranno la storia. In questo modo vengono presentati Lee Chong, intrepido commerciante-usaraio, Dora maitresse del locale bordello, i ragazzi del Palace Flophouse (un vecchio magazzino riconvertito in abitazione), i coniugi Malloy che vivono in una vecchia caldaia e in particolare il Dottore, personaggio misterioso e carismatico, che Steinbeck propone su ispirazione del biologo e amico Ed Ricketts, al quale l’autore dedica quest’opera con la dedica “”Per Ed Ricketts che sa o dovrebbe sapere perché”.
La storia si snoda attraverso la ferma volontà e i tentativi maldestri di donare una festa al Dottore, quale segno di gratitudine per tanti gesti di umanità che lo studioso ha offerto un po’ a tutti nel corso degli anni.
La narrazione è suddivisa in capitoli, alternati tra descrizioni e flash back con il proseguimento della storia, che si svolge con ritmo veloce e situazioni spesso molto divertenti. E’ una lettura dove non ci si annoia, e nella quale non mancano spunti per profonde riflessioni.
Ripropongo un passo:

“Le cose che ammiriamo negli uomini, la bontà, la generosità, la franchezza, l’onestà, la saggezza e la sensibilità, sono in noi elementi che portano alla rovina. E le caratteristiche che detestiamo, la furberia, la cupidigia, l’avarizia, la meschinità, l’egoismo, portano al successo. E mentre gli uomini ammirano le prime di queste qualità, amano il risultato delle seconde.”

Questo romanzo mi è piaciuto moltissimo, anche se non nego di essere sfacciatamente di parte, in quanto Steinbeck era, e rimane, il mio scrittore preferito; ne consiglio la lettura a tutti, per la facilità dei contenuti e per le opportunità di riflessione che offre intorno a dimensioni sempre attuali.
Se fosse una canzone “Mr Bojangles” dei Nitty Gritty Dirt Band

martedì 8 novembre 2011

Freedom - Leggi e leggende della strada - Ralph Sonny Barger

“Libertà”: il vecchio Sonny già con il titolo propone il tema centrale di quest’opera, che costituisce una raccolta di pensieri e di principi cardine che l’autore ha sviluppato nel corso della sua vita.
Non c’è una trama, in quanto il centro della narrazione sono gli elementi più importanti del concetto di “libertà” visti dagli occhi di colui che può essere ritenuto uno degli individui più importanti della scena biker mondiale.
L’autore parla di un po’ di tutto, dal rispetto della puntualità alla sincerità, dal rispetto all’amicizia offrendo molte riflessioni piuttosto Zen, ma anche un sacco di ovvietà.
E’ indubbiamente una proposta interessante, ma bisogna riconoscere che le argomentazioni dell’autore possono risultare un po’ astratte per i lettori più distanti dall’ambiente, e di conseguenza apparire decisamente noiose, e forse un po’ troppo scontate per coloro che si aspettavano qualcosa di più, magari del livello di suoi precedenti lavori quali Hell’s Angels e Ride Hight – Live Free.
Insomma, Sonny è sempre Sonny, però poteva fare qualcosa di meglio: pertanto mi sento di consigliare la lettura di questo libro solo a chi veramente appassionato del genere, per cui la necessità di dire “… ho letto tutti i suoi lavori” possa prevalere su un giudizio banale.
Inoltre, visto che gli Angeli girano esclusivamente su moto Harley-Davidson, l'autore avrebbe anche potuto evitare di mettere una pacchianissima Honda Shadow sulla copertina!!!
Se fosse una canzone “Cerco un centro di gravità permanente “ di Battiato.

mercoledì 26 ottobre 2011

Cold Spring Harbor – Richard Yates

Yates, quello che definisco un altro mostro sacro della letteratura americana. Con questo romanzo, uno dei più famosi, ma da molti ritenuto il migliore, propone un ritratto dell’America di provincia durante i difficili e convulsi anni della Seconda Guerra Mondiale, raccontando le vicende di due famiglie che si incontrano e si accavallano secondo i destini, comunque già scritti, dei rispettivi protagonisti.
E’ la storia di Evan Shepard, giovane ribelle e inquieto, che conosce per caso Rachel Drake, ragazza umile e sola, illudendo e prospettando una vita che egli non avrà mai, continuamente condizionato dai suoi errori e vittima di equilibri familiari comunque compromessi. Il legame sentimentale dei due giovani è l’occasione per presentare al lettore due drammi familiari, quello dei Shepard e quello dei Drake, completamente diversi, ma comunque segnati dalla disillusione di sogni mai realizzati, in una dimensione in cui il sogno stesso è una semplice vita normale, e non come sempre accade solo una gelida apparenza.
Il significato è molto profondo e si concentra tutto sul disequilibro tra apparenza serena e realtà sofferta e difficile.
Il ritmo della narrazione è volutamente lento, e offre in questo modo una percezione maggiore dei comportamenti e del carattere dei personaggi, trasmettendo un senso di continuità scenica quasi teatrale che non annoia mai il lettore.
Mi è piaciuto molto, ma ne consiglio la lettura solo agli amanti del genere, perché un significato così profondo può essere colto soltanto con una lettura attenta e dedicata: non è un romanzo da ombrellone.
Se fosse una canzone “That’s life” di Frank Sinatra.

lunedì 3 ottobre 2011

Legionario – Tony Sloane

Ecco un romanzo che è riuscito a far parlare molto di sé nonostante non sia stato scritto da un “professionista”. Tony Sloane propone la sua esperienza all’interno della Legione Straniera, il più discusso, chiacchierato, ma anche poco conosciuto corpo speciale dell’esercito francese. Negli anni si è parlato molto della durezza degli addestramenti, della difficoltà delle missioni svolte in territori di guerra lontani anche dall’attenzione dei media, ma non per questo meno pericolosi. Un motto su tutti, esprime in pieno lo spirito che anima questo corpo: Marcia o muori! Un’affermazione essenziale che racchiude in se la durezza di una dimensione ai limiti dell’umano.
Sloane propone la sua esperienza partita da un’adolescenza difficile trascorsa nella periferia inglese, in una dimensione familiare priva di qualunque riferimento educativo, e approdata per caso in un centro di reclutamento della Legione Straniera.
Il racconto si snoda per tutta la durata dei cinque anni di ferma, dall’incorporamento con la firma del contratto, al faticoso addestramento di quattro mesi a Castelnudary sui Pireni dove sono vietati tutti i tipi di contatto con l’esterno, fino alla destinazione operativa al 2° REP di Calvi in Corsica, che vedrà il protagonista/autore impegnato in ben più duri addestramenti fatti di fatica, privazioni, sacrifici, dolore e sangue, con esperienze significative anche in Africa.
Il racconto è sicuramente molto forte per gli argomenti trattati, ma la narrazione è spesso noiosa perché troppo poco romanzata per l’assenza pressoché totale di dialoghi. L’esperienza vissuta viene proposta come un lungo monologo che ne aumenta il senso di credibilità e impatto emotivo, ma privando il lettore di molti colpi di scena.
Durante la lettura si percepisce l’impatto emotivo subito dall’autore di fronte a situazioni estreme e la sua differente reazione con il passare del tempo: una specie di trasformazione che la Legione Straniera opera sul suo animo, trasformandolo da un adolescente irrequieto in una macchina da guerra priva di coscienza e animata solo da ordini e istinti.
La lettura a questo punto diventa ancora più noiosa, in quanto la normalità diventa l’alternarsi di addestramenti duri alle quali il protagonista diventa ormai allenato, con colossali bevute di alcolici, risse, prostitute, punizioni in una specie di equilibrio di follia dove tutto è avulso da una dimensione di normalità. L’istinto domina l’anima, e l’uomo perde la coscienza che lo solleva rispetto agli animali.
Mi hanno colpito a tale proposito alcuni passi che ripropongo:

Furono pronunciate parole dure, ma la cosa che più mi colpì fu la spiegazione relativa al modo corretto di suicidarsi. Al sergente non importava se qualcuno di noi voleva farla finita: l’importante era che lo facesse correttamente in modo da non far perdere tempo agli altri.

Marciavamo e marciavamo; quando trovavamo dell’acqua riempivamo con sollievo le borracce, che si trattasse di una sorgente limpida e fresca o di una pozza fangosa e calda. Avevamo bisogno di bere e avremmo bevuto qualsiasi cosa. Quando ti lasci alle spalle la civiltà non ti resta che l’istinto di sopravvivenza, e la sopravvivenza è avidità: un uomo che sta per morire di fame è pronto a rubare qualsiasi cosa anche se sa che è sbagliato e se non ignora quali saranno le conseguenze.

Tre anni prima ero un diciottenne ingenuo, adesso ero un killer. Non mi importava un accidente delle capre che uccidevamo e neppure delle persone che avevo visto morire durante l’operazione Godoria. Non pensavo più a niente non ne avevo bisogno. Volevo solo bere fare sesso e uccidere. La trasformazione era avvenuta e mi piaceva. L’aggressività era stata alimentata tanto da ribollirmi nel sangue, l’avvertivo in tutto il corpo… il mio corpo diceva <<Fottitene! Continua così! Sbattitene!>>.
Una spugna assorbe l’acqua. Tutti noi siamo il risultato dell’ambiente che ci circonda e il modo in cui siamo trattati si rivela nel modo in cui trattiamo gli altri.

Ho acquistato questo romanzo più per curiosità che per un reale interesse, scoprendo un mondo lontanissimo quanto assurdo. Pertanto non posso definire l’argomento “interessante”, in quanto un giudizio di questo tipo risente molto delle inclinazioni individuali e ne consiglio quindi la lettura a chi vuole conoscere o approfondire questo tipo di argomento. In ogni caso, non è un romanzo d’avventura, o un passatempo da leggere sotto l’ombrellone, e un’aspettativa di questo tipo lascerebbe parecchio delusi.
Se fosse  una canzone “Totentanz” di Gae Bolg.