lunedì 2 gennaio 2012

I miei ricordi nella Legione Straniera - Elio Della Casa

Questo romanzo è qualcosa di diverso dalla solita autobiografia sull’esperienza all’interno del famoso, e discusso, corpo d’elìte dell’Esercito Francese. L’autore, che dice molto poco di se stesso, propone la sua storia come un’amara accusa rivolta alla Francia per tutte le illusioni che nel tempo questa ha trasformato in dolorose condanne da scontare.
L’autore con questo romanzo propone i ricordi della propria vita segnata da emarginazione e difficoltà fin dall’infanzia, in un’Italia troppo impegnata a risollevarsi dalla guerra per prestare attenzione a situazioni di totale deriva sociale. Senza riferimenti adeguati, l’autore-protagonista finisce così per arrivare in Francia in cerca di fortuna, e subito intercettato dalla gendarmeria riceve la proposta di un arruolamento di cinque anni nella Legione Straniera, con in cambio la promessa di grandi opportunità di lavoro e riconoscenza da parte di quella che sarebbe diventata la sua nuova patria. Entusiasmo, incoscienza, e soprattutto necessità portano l’autore ad accettare l’offerta, che lo vedrà protagonista attivo in teatri di guerra, proprio mentre l’Italia con fatica si stava risollevando dal disastro bellico.
E. Della Casa a Kef El Amar 07.01.59
La guerra è sempre la stessa, e anche se cambiano i colori degli eserciti e gli scenari delle battaglie, l’orrore di questi racconti aggiunge soltanto altro sgomento di fronte ad un’assurdità talmente grande.
La storia prosegue anche oltre l’esperienza fatta con la Legione Straniera in Algeria, dapprima in Africa e poi a Parigi, terminando con la violenza inaudita di una condanna inflitta solo per aver cercato di inserirsi per anni in una società che dapprima aveva regalato promesse e alla fine restituito soltanto emarginazione e indigenza.
La lettura non è mai noiosa, anche se alcuni punti ha un ritmo decisamente più lento e spesso risulta evidente che l’opera non sia il prodotto commerciale di uno scrittore professionista, quanto piuttosto il duro racconto animato da rabbia e risentimento di un ex-soldato. E’ comunque un romanzo molto incisivo e duro.
Se fosse musica, “Le Boudin”, uno dei canti della Legione Straniera… penso che non ci potrebbe essere nulla di più rappresentativo!!!

martedì 27 dicembre 2011

Scheggia - Una storia di moto e di amicizia – Roberto Parodi

Questo è il secondo lavoro letterario di Parodi, ma a differenza del primo (Il cuore a due cilindri) si tratta di un romanzo sull’amicizia, i viaggi, le moto, e soprattutto sulla grandezza dell’animo umano.
Il romanzo è la storia del viaggio di tre amici, Accio, Ragno e Scheggia, alter-ego fin troppo riconoscibile dell’autore, che propone se stesso con questo personaggio simile a lui in tutto: stessa moto, abbigliamento, gusti musicali, e soprattutto stesso spirito di conoscenza e di avventura, elementi facilmente riconoscibili dal suo sito-blog (www.threepercenters.it). Anche il viaggio è l’occasione per proporre un pezzo di propria vita vissuta, di quando l’autore con la sua Road King del ’98 è arrivato fin sul massiccio dell’Assekrem nell’Algeria centrale.
L’intreccio è semplice, i tre amici vogliono riportare in Africa le ceneri del loro caro amico deceduto in uno strano incidente in moto su una strada dell’Algeria centrale, luogo che tanto amava.
La storia si snoda intorno a questa motivazione per offrire con straordinaria ed entusiasmante vivacità incontri, avventure, personaggi e descrizioni di un’avventura di tre motociclisti in moto, ovviamente tre Harley Davidson, in un contesto assolutamente inospitale e inadatto, celebrando così con maggiore enfasi il concetto di libertà.
La libertà assoluta infatti è l’altro grande protagonista, che accompagna i tre amici in tutto il viaggio regalando al lettore una storia positiva carica di vitalità e ottimismo, anche nei momenti più grigi della narrazione. In certi punti il racconto appare, forse, molto romanzato da particolari troppo cinematografici, ma l’impressione così caricaturale si percepisce essere voluta quale chiave di lettura, che ritengo conferisca all’opera stessa maggiore enfasi.
Il Road King di Parodi durante il suo viaggio.
Assolutamente da ricordare le splendide descrizioni che Parodi offre di alcune comparse, vere e proprie caricature di persone comuni che ognuno di noi può incontrare ogni giorno: la mamma totale, la mamma straricca, la mamma sportiva, i manager in carriera con il suv, e non ultimo i raider con i quad superequipaggiati!
La lettura è davvero divertente, scritta con un ritmo veloce ed incalzante, ma comunque sempre in grado di lasciar riflettere il lettore sul senso della narrazione e sui grandi valori che animano il viaggio e la coscienza dei protagonisti. A tal proposito, un passo:

Scheggia << Il punto è che nella mia vita ho sempre saputo qual’era la strada giusta, ma non l’ho mai presa, e sai perché? Perché era sempre la strada più difficile. Ho finito per scegliere sempre quello che ero capace di fare, o la cosa meno faticosa, o quella che mi garantiva una via di scampo. In un certo senso, non ho mai fatto veramente una scelta con le palle, una di quelle che si ricordano tutta la vita. E’ come se fossi scivolato piano piano verso una vita che era inevitabile.>>.

Il romanzo è integrato da cartine esplicative, alle quali è possibile unire le foto (visibili sul suo sito) molto suggestive che Parodi ha scattato durante il suo viaggio in quegli stessi luoghi, confondendo la cronaca di un’esperienza unica e indimenticabile, con la suggestione del romanzo. Consiglio la lettura di questo romanzo a tutti: divertente, veloce, e soprattutto positiva!
Se fosse una canzone "Hey Hey My My” di Neil Young, che l’autore propone quasi come una colonna sonora, e in particolare nel passo finale si ha quasi l’impressione di sentirla suonare…

martedì 13 dicembre 2011

Moby -Dick – Herman Melville

Penso che il titolo possa essere sufficiente per saltare le presentazioni! Moby Dick non è solo un romanzo è anche un personaggio del nostro immaginario, un’icona dell’universo marino che ci avvolge, ricoprendo il ruolo che ha conquistato in più di un secolo di vita, da quando Melville con quest’opera ha dato vita a questa figura totale.
Moby Dick non è solo una balena, è l’ignoto, la paura, la lotta dell’uomo contro la natura, il bene e il male, e l’eterno equilibrio che li avvicenda, ma soprattutto una splendida occasione per proporre un fantastico romanzo sull’animo umano.
“Chiamatemi Ismaele” … Comincia così, con un imperativo, un ordine che rende ancora più incisivo il ruolo del protagonista, come a voler fissare il suo nome perché al posto di quello potrebbe essercene qualunque altro.
Questa è la storia di Ismaele, giovane avventuriero americano che decide di imbarcarsi su una nave baleniera negli Stati Uniti del XIX secolo, quando ancora le spedizioni duravano anni e la zona di caccia era il mondo intero. La nave è il Pequod e fin dal primo incontro l’autore la offre con un ritratto sinistro (ossa di balena esposti come trofei di caccia), che non nasconda l’aspetto più spaventoso: l’anima perversa del suo comandante, il Capitano Acab.
Acab si svela al protagonista, che è anche la voce narrante, solo dopo la partenza per un viaggio che porterà l’equipaggio intorno al mondo, svelando poco per volta la propria natura e il vero scopo del viaggio: non la cattura delle balene per il prezioso olio, ma la folle e scellerata caccia di Moby Dick. Il vero protagonista è quindi il capodoglio albino responsabile di aver strappato una gamba al Capitano Acab durante una battuta di caccia finita con l’affondamento della lancia.
Moby Dick viene presentato come un essere malvagio, sfuggito all’inferno, il cui unico obiettivo è la caccia degli uomini con spietata e intelligente freddezza.
Melville parte da quest’intreccio semplice per offrire uno splendido ritratto dell’animo umano intorno a personaggi meravigliosi descritti con magistrale e indimenticabile abilità: dopo aver letto questo romanzo sarà difficile dimenticare Acab, Queequeg, Starbuck, Stub e tanti altri. Il ritmo alterna momenti di grande lentezza intorno a digressioni scientifiche, naturalistiche, e filosofiche a momenti concitati e velocissimi in grado di far trattenere il fiato per l’azione o per l’angoscia trasmesse: indimenticabile il passo dell’incontro del Pequod con una baleniera alla disperata ricerca di alcuni suoi naufraghi (tra cui il figlio del comandante stesso), affondati con la propria lancia proprio da Moby Dick.
Altro protagonista indiscusso dell’opera è il mare, con la sua immensità in grado di stuzzicare poeti, ma anche di portare alla follia naviganti in balia degli elementi. Molto espressivo questo passo:

E quello stesso giorno, ancora, Starbuck, guardandolo dal fianco della sua lancia, nelle profondità di quel mare dorato, mormorò sottovoce <<Bellezza in scandagliabile, quale mai un amante vide negli occhi della giovane sposa! Non parlarmi dei tuoi squali con i denti in fila e dei tuoi modi cannibaleschi da rapitore di fanciulli Che la fede si sostituisca ai fatti e la fantasia alla memoria; io guardo nell’abisso profondo, e credo.>>.

Ritengo che “Moby Dick” sia una lettura fondamentale, della quale nessuno possa privarsi: pertanto ne consiglio la lettura a tutti, precisando che non si tratta di un libro da Autogrill, e che quindi, per essere apprezzato, necessita di grande attenzione ed entusiasmo.
Se fosse una canzone "The Storm" dei Savatage.

mercoledì 30 novembre 2011

Vicolo Cannery – John Steinbeck

Questo romanzo è una delle opere minori di Steinbeck, ma è certamente un altro ritratto che ci viene offerto di quel mondo di non eroi ampiamente trattato dall’autore in altre sue opere. L’impressione infatti, è che si tratti di una naturale continuazione di Pian della Tortilla. Anche se i personaggi non sono gli stessi, l’ambientazione è la medesima e questo romanzo offre un altro ritratto della Monterey degli anni ’30 che nessuno vedrà mai in foto o documenti storici: anche questa volta la storia si svolge nella parte più povera della città, e il titolo del romanzo è il nome della strada che ospita il centro della narrazione.
Il Vicolo Cannery è una stradina sulla quale si affacciano degrado e povertà, e anche il centro della vita di persone ai margini, le quali con dignità e orgoglio ostentano un’esistenza fatta di sacrifici, contraddizioni, ma anche amore verso la vita.
La narrazione è un ritratto di questa dimensione, e presenta personaggi stupendi raccontati con episodi del loro passato, anche banali, ma indispensabili a conoscere gli attori che animeranno la storia. In questo modo vengono presentati Lee Chong, intrepido commerciante-usaraio, Dora maitresse del locale bordello, i ragazzi del Palace Flophouse (un vecchio magazzino riconvertito in abitazione), i coniugi Malloy che vivono in una vecchia caldaia e in particolare il Dottore, personaggio misterioso e carismatico, che Steinbeck propone su ispirazione del biologo e amico Ed Ricketts, al quale l’autore dedica quest’opera con la dedica “”Per Ed Ricketts che sa o dovrebbe sapere perché”.
La storia si snoda attraverso la ferma volontà e i tentativi maldestri di donare una festa al Dottore, quale segno di gratitudine per tanti gesti di umanità che lo studioso ha offerto un po’ a tutti nel corso degli anni.
La narrazione è suddivisa in capitoli, alternati tra descrizioni e flash back con il proseguimento della storia, che si svolge con ritmo veloce e situazioni spesso molto divertenti. E’ una lettura dove non ci si annoia, e nella quale non mancano spunti per profonde riflessioni.
Ripropongo un passo:

“Le cose che ammiriamo negli uomini, la bontà, la generosità, la franchezza, l’onestà, la saggezza e la sensibilità, sono in noi elementi che portano alla rovina. E le caratteristiche che detestiamo, la furberia, la cupidigia, l’avarizia, la meschinità, l’egoismo, portano al successo. E mentre gli uomini ammirano le prime di queste qualità, amano il risultato delle seconde.”

Questo romanzo mi è piaciuto moltissimo, anche se non nego di essere sfacciatamente di parte, in quanto Steinbeck era, e rimane, il mio scrittore preferito; ne consiglio la lettura a tutti, per la facilità dei contenuti e per le opportunità di riflessione che offre intorno a dimensioni sempre attuali.
Se fosse una canzone “Mr Bojangles” dei Nitty Gritty Dirt Band

martedì 8 novembre 2011

Freedom - Leggi e leggende della strada - Ralph Sonny Barger

“Libertà”: il vecchio Sonny già con il titolo propone il tema centrale di quest’opera, che costituisce una raccolta di pensieri e di principi cardine che l’autore ha sviluppato nel corso della sua vita.
Non c’è una trama, in quanto il centro della narrazione sono gli elementi più importanti del concetto di “libertà” visti dagli occhi di colui che può essere ritenuto uno degli individui più importanti della scena biker mondiale.
L’autore parla di un po’ di tutto, dal rispetto della puntualità alla sincerità, dal rispetto all’amicizia offrendo molte riflessioni piuttosto Zen, ma anche un sacco di ovvietà.
E’ indubbiamente una proposta interessante, ma bisogna riconoscere che le argomentazioni dell’autore possono risultare un po’ astratte per i lettori più distanti dall’ambiente, e di conseguenza apparire decisamente noiose, e forse un po’ troppo scontate per coloro che si aspettavano qualcosa di più, magari del livello di suoi precedenti lavori quali Hell’s Angels e Ride Hight – Live Free.
Insomma, Sonny è sempre Sonny, però poteva fare qualcosa di meglio: pertanto mi sento di consigliare la lettura di questo libro solo a chi veramente appassionato del genere, per cui la necessità di dire “… ho letto tutti i suoi lavori” possa prevalere su un giudizio banale.
Inoltre, visto che gli Angeli girano esclusivamente su moto Harley-Davidson, l'autore avrebbe anche potuto evitare di mettere una pacchianissima Honda Shadow sulla copertina!!!
Se fosse una canzone “Cerco un centro di gravità permanente “ di Battiato.