venerdì 20 giugno 2014

Le strade dei cannoni – Marco Boglione



Questo libro può essere considerato l’anello di congiunzione tra un saggio e una guida turistica. Il tema trattato, quello delle vecchie strade militari del nord-ovest, è proposto con l’approfondimento e la dovizia di particolari tecnici e storici tipici di uno studio sulla materia, al quale però le cartine e i particolari sulla conservazione attuale di tali manufatti costituiscono un invito più che esplicito alla visita diretta. Che si tratti di una passeggiata a piedi, di un giro in auto o in mountain-bike, nel libro sono proposti trentacinque itinerari sparsi su diciassette valli comprese tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta, che oltre a stralci di cartine e fotografie, offrono tutti i riferimenti per appoggiarsi ad una cartografia di maggior dettaglio, accompagnando il lettore/turista in un approfondimento oltre che geografico, anche storico e militare.
Strada militare dell'Assietta -
Le spiegazioni sono fatte molto bene, e anche se ci sono numerose fotografie, per comprendere a fondo il contesto geografico che in determinati periodi storici ha motivato la costruzione di queste strade, è fondamentale recarsi personalmente in quei posti, e constatare direttamente la grandiosità di questi manufatti e delle difficoltà incontrate per la loro realizzazione in luoghi così impervi, ma anche incredibilmente suggestivi.
Io, il mio cancello, il Gran Serin
Ho fatto personalmente alcune di queste escursioni (ho inserito uno scorcio della strada militare dell'Assietta, fotografato personalmente nel settembre 2010) e posso garantire l’assoluta qualità di questa pubblicazione, un’interessante proposta per chi vuole scoprire un aspetto della montagna meno noto, ma anche un testo fondamentale per chi conoscendo quei luoghi vuole collegare il presente con il passato.
Se fosse una canzone “Against the wind” di Bob Seger.

giovedì 22 maggio 2014

Piemonte contadino – Storie, tradizioni, stagioni del mondo rurale - Gian Vittorio Avondo



Si tratta di un saggio sulla recente storia del mondo rurale piemontese, corredato di approfondimenti tecnici, etnografici, e anche numerose fotografie.
L’autore offre una panoramica sulla dimensione rurale, sia questa montana o di pianura, approfondendo tradizioni e culture locali, intorno agli aspetti della vita quotidiana: infanzia, lavoro, fede, istruzione, ecc…
I lettore riceve una spiegazione articolata e avvincente, che appassiona con riferimenti tutt’altro che astratti, facendo riconoscere in moltissime occasioni luoghi noti o addirittura familiari. Forse è proprio questa la caratteristica più bella del libro: la realtà raccontata è la dimensione nella quale la storia del Piemonte affonda le proprie radici. In un momento storico nel quale molte solide certezze dimostrano tutta la loro labilità è importante riconoscere le proprie radici, fatte di fatiche e sacrifici, ma anche di buonsenso e tantissima saggezza, quel magico connubio capace di donare qulla serenità che il nostro presente pare aver perduto tra i profitti economici e le pagine di migliaia di leggi.
Mi è piaciuto molto, in quanto l’autore è riuscito ad approfondire un tema delicato e interessante senza rendere mai la lettura noiosa. Ne consiglio la lettura a tutti, ma per chi è piemontese o ha un forte attaccamento alla terra è assolutamente indispensabile.
Se fosse una canzone “Cavalier Faidit” di Lou Dalfin.

mercoledì 30 aprile 2014

Chi comanda Torino – Maurizio Pagliassotti



Il titolo di questo libro è già per conto proprio un sottile spunto di riflessione: “Chi comanda Torino” è un’affermazione che cela l’identità di qualcuno a fronte dell’evidente potere, ma può anche essere visto come una domanda con la quale evidenziare alla ragione del lettore il potere detenuto da pochi.
Non si tratta della solita pubblicazione cospirazionista, dove si parla di relazioni tra la massoneria, il Vaticano, gli alieni, la Banda della Magliana, l’FBI e le profezie dei Maya, ma di una fotografia ben circostanziata nei luoghi e nelle date degli ultimi vent’anni di vita di questa città. Nei riscontri forniti dall’autore possono trovare conferma tanti sospetti nati da troppe constatazioni di decisioni operate lontano dall’interesse popolare, che il lettore può essersi fatto nel corso degli ultimi anni.
Si parla di tutto, dalle Olimpiadi 2006, al TAV, ricordando la politica delle grandi trasformazioni urbanistiche, prima fra tutte la riconversione conseguente alla chiusura della Fiat.
Nella spiegazione si alternano nomi, luoghi e date, e quello che emerge è fin troppo chiaro: la storia continua! L’analisi offerta termina con la primavera 2012, e ad oggi i recenti episodi, che hanno contraddistinto le cronache politiche e amministrative, sono soltanto una conferma all’interpretazione offerta dall’autore.
Chi non vuole credere a qualcosa di diverso da quanto offerto dall’informazione dei quotidiani piemontesi lasci perdere questa lettura: non è questione di colore politico e pur non trattandosi dello sfogo di uno sconfitto, è un’interpretazione che comunque è soggetta al vecchio principio per cui nessuno è più sordo di chi non vuole sentire. Chi è contento di come vanno le cose non lo legga, continui a dormire sonni tranquilli: le pecore sono nell’ovile e i lupi cattivi non esistono.
Ognuno si faccia l’idea che ritiene più appropriata, e questo libro offre soltanto alcuni elementi in più su cui riflettere.
Se fosse musica “O Fortuna” interpretata dal grande Carl Orff.

mercoledì 15 gennaio 2014

Sono chi desidero essere … e non faccio caso alle lettere nere… - Anna Elena Gerardi



Ho letto questo romanzo per caso, dopo averne trovata una copia abbandonata sul treno regionale che collega Savona a Genova.
Si tratta del primo romanzo di questa giovane scrittrice, che già dalle note in copertina lascia anticipa il tema della narrazione.
Il romanzo è molto ben scritto, con una storia presentata in modo molto originale, giocando sul ruolo di una psicanalista che raccoglie le confidenze di una propria paziente: la narrazione si articola intorno alle scelte che una donna può trovarsi ad operare, molte volte anche drastiche circa la compatibilità di carriera, famiglia, passione, passato. Nasce così la volontà di riconoscersi in Penelope, spregiudicata e passionale donna in carriera, oppure in Anastasia, tranquilla e dimessa, alternando decisioni e ruoli che spesso di confondono e sovrappongono.
Un uomo potrà certamente riconoscere tanti comportamenti già visti nella propria vita reale e ritenuti assurdi, ma non sarà la lettura di questo libro ad aiutare nella comprensione dell’universo chiamato “donna”. La lettura è appassionante, ma dopo un certo punto la narrazione diventa confusa, mischiando la protagonista con il suo alterego talmente bene da non lasciare più comprendere cosa stia realmente succedendo.
Il finale costringe il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima riga, regalando una conclusione che purtroppo, nonostante l’abbia riletta più volte, non sono riuscito a comprendere, come peraltro non ho capito a cosa si riferiscano le lettere nere citate nel sottotitolo.
Forse è proprio l’intenzione dell’autrice lasciare un velo di mistero, o forse per capire le donne è necessario non essere un uomo… chissà, in ogni caso la lettura non è stata impegnativa, ma nemmeno divertente, e a questo punto mi viene il sospetto che la copia che ho letto non sia affatto stata dimenticata.
Se fosse una canzone mi viene in mente solo “WWW Mi piaci tu” di Alexia.

lunedì 9 dicembre 2013

Barnabo delle montagne – Dino Buzzati


Ho scoperto questo autore con il famosissimo romanzo “Il deserto dei Tartari”, e l’ottimo giudizio suscitato è stato un motivo più che sufficiente per leggerlo ancora.
Il titolo di questo romanzo presenta al lettore quelli che saranno i due protagonisti indiscussi della narrazione: Barnabo e la montagna.
Barnabo è un giovane guardiaboschi che in una dimensione senza tempo, ambientata sulle Alpi bellunesi ragionevolmente tra l’inizio del 1800 e i primi decenni del 1900, presta il proprio servizio in una squadra di presidio, alla quale oltre i consueti compiti di vigilanza è aggiunta la responsabilità della sorveglianza di una vecchia polveriera, dimenticata dalle istituzioni con l’abbandono definitivo del progetto di costruzione di una strada di montagna.
La polveriera è piantata lì, in mezzo ai monti con la sua ingombrante presenza e l’angosciante responsabilità di doverla difendere da un nemico mai visto, una specie di lupo cattivo che cammina silenzioso negli anfratti più scuri del bosco. Ogni tanto il lupo esce e si mangia una pecora: ecco i briganti, che si materializzano con misteriosi rotolii di pietre, voci, passi, spari, ma soprattutto l’uccisione di Del Colle, il capo delle guardie.
La tensione sale, e la montagna con i suoi silenzi implacabili, il freddo, il vento, il buio e la sua sterminata grandezza amplificano il senso di impotenza del protagonista.
Durante un turno di presidio però è proprio il protagonista a commettere l’errore di allontanarsi troppo, proprio quando i briganti ritornano, armati e pronti a tutto come al solito. Vincono di nuovo, sul campo rimane ferito il caro amico Berton, ma soprattutto rimane sconfitto il giovane Barnabo, che assiste alla fase conclusiva dell’attacco, ma per paura non interviene.
Barnabo viene definitivamente allontanato dalle guardie, nel peggiore dei modi: con la medaglia del codardo è costretto a lasciare il paese trasferendosi da un cugino nel cuore della pianura padana e adattarsi a fare il bracciante agricolo. L’unico contatto con il suo passato è un corvo che aveva soccorso e salvato proprio in quell’ultima giornata, ma il giorno in cui la bestiola spiccherà l’ultimo volo, il passato tornerà a far visita al protagonista.
Dopo cinque anni trascorsi nell’inedia di un lavoro mai sentito proprio, l’amico Berton offre al protagonista l’opportunità di una visita in montagna, creando l’aspettativa di un possibile reinserimento nel corpo.
Barnabo ritroverà tutto e tutti, come se il tempo non fosse trascorso, constatando però l’assenza di quel rispetto che una volta perduto la vita difficilmente concede di nuovo. Verrà riassunto come custode, senza una divisa, e senza il privilegio di sentirsi parte di un gruppo, semplicemente da solo a presidiare una baita ormai inutile per l’avvenuto smantellamento della polveriera. Come se ciò non bastasse arriverà anche la consapevolezza di essere irriso dai vecchi compagni, come una mascotte stupida con la quale giocare nei ritagli di tempo. La vita però riserverà un’ultima occasione al protagonista, un’ultima partita per riscattare la propria coscienza almeno davanti a se stesso: i briganti ritornano, e questa volta per Barnabo non può che essere la resa dei conti.
Il ritmo della narrazione è sempre molto lento, silenzioso, come se il lettore venisse trasportato di peso in una dimensione dove le distanze sono ore di cammino, fatica e silenzio, dove non esistono confini se non quelli che ognuno di noi può riconoscere dentro se stesso, dove i predatori possono essere dovunque, dove anche se muori tutto rimane come se tu non fossi mai esistito.
Questa lettura mi è piaciuta molto, in quanto molto suggestiva ed evocativa, pur riconoscendo si tratti di un romanzo di non facile approccio. Ne consiglio la lettura in particolare a coloro che amano la montagna, ne condividono i silenzi e ne apprezzano la durezza, e soprattutto a chi ha un’inesauribile nostalgia delle atmosfere, fatte di attese e dimensioni fuori dal tempo, che Buzzati ha saputo offrire con “Il deserto dei Tartari”.
Se fosse una canzone, “Enjoy the silence” dei Depeche Mode.